Cabaret Voltaire, alle origini dell’in-significante

DADA

“Nobili e rispettabili cittadini di Zurigo, studenti, artigiani, operai, vagabondi, senza meta di tutti i Paesi, unitevi! A nome del Cabaret Voltaire e del mio amico Hugo Ball, fondatore e direttore di questa onoratissima società, stasera mi corre l’obbligo di rilasciare una dichiarazione che vi farà tremare. [..] Abbiamo deciso di riassumere le nostre svariate attività sotto il nome di ‘dada’. [..] Il termine dada fu rinvenuto in un vocabolario: non significa niente. Ecco il niente significante dove niente significa qualcosa. Vogliamo cambiare il mondo con questo niente. Vogliamo cambiare la Poesia e la Pittura e finirla con la guerra, con questo niente. [..]” (R. Huelsenbeck, Dichiarazione, Cabaret Voltaire, 1916)

Il Cabaret Voltaire, culla delle origini del Dada(ismo), nasce come locale d’intrattenimento con intenzioni artistiche e politiche sperimentali, nel 1916. Fondato a Zurigo da Hugo Ball scrittore, poeta e regista teatrale tedesco e da Emmy Hennings ballerina, poetessa e artista tedesca, diventa luogo d’incontro di molti intellettuali e artisti sfuggiti alla guerra, tra cui Tristan Tzara, poeta di origine rumena, protagonista di spicco nel panorama dada e autore di uno dei tanti manifesti del movimento, scritto nel 1918. “Che cos’è dada? Un’arte? Una filosofia? Una politica? [..] Dada è davvero energia? Oppure non è nulla, e quindi, è tutto?” (T. Tzara, Manifesto del Signor Antipyrin) Magmatico e multiforme, frammentario ed eterogeneo, il “pensiero dada” è espressione di protesta che rigetta ogni catalogazione e rifiuta ogni definizione precostituita e confezionata nello statu quo: “Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico, refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono né favorevole né contrario e non do spiegazioni perché detesto il buon senso. [..] Io sono contro tutti i sistemi, l’unico sistema accettabile, è quello di non seguirne, sistematicamente, nessuno.” (T. Tzara, Manifesto Dada, 1918)

Dada non significa nulla, e in quell’apparente nuda vacuità del nulla troviamo il tutto, opposto al formale e limitante conformismo. Un movimento rivoluzionario di pensiero che si è manifestato e ancora si manifesta tra le pieghe dell’insofferenza intellettuale, discorde, difforme, dissonante, disarmonico e dissacrante. Se dalla rivoluzione francese alle soglie del primo conflitto mondiale era prevalsa una grande fiducia nel progresso e nella ragione, da Friedrich Nietzsche a oggi la modernità ha finito per identificarsi con una cultura contestatrice che mette in discussione la ragione stessa: “L’uomo ha bisogno dell’illogicità, e dalla illogicità nascono molte cose buone. Essa è piantata così saldamente nelle passioni, nella lingua, nell’arte, nella religione e in genere in tutto ciò che conferisce valore alla vita [..]. Anche l’uomo più ragionevole ha bisogno di ritornare alla natura, cioè alla sua fondamentale posizione illogica rispetto a tutte le cose.” (F. Nietzsche, Umano, troppo umano)

In questo panorama di capovolgimenti Dada diventa una fuga del pensiero che espande il suo orizzonte all’infinito; un eroico atto di liberazione della mente che, imprigionata nelle granitiche e debilitanti convenzioni intellettuali, sociali e politiche, incatenata dalle sterili prassi razionalistiche, scardina i protocolli, i costumi, le usanze, le regole. Prevale l’esigenza di annullare i canoni classici estetici e letterari poiché percepiti come asserviti a quell’ordine culturale e borghesemente perbenista che non solo assecondava la guerra, ma ne era anche propaganda. “Noi saremo sempre contro [..] Noi procediamo slegati contro tutti gli –ismi, i partiti e le concezioni.” (H. Ball, R. Huelsenbeck, Ein literarisches Manifest, Berlino 1915)

Dada nella sua essenza discorda dal dadaismo, vive nel suo presente il piacere dell’imprevedibile decontestualizzazione, ma germina nel profondo della storia, influente e determinante, si oppone con forza sorprendente a qualsiasi catalogante rubricazione, disprezza la replica come pratica strumentale. Dopo i primi fermenti culturali secessionisti apparsi alla fine dell’Ottocento, se con l’arte Dada si infrangono totalmente i canoni accademici (tecniche e materiali) per ribadire il rifiuto dell’assolutezza, preziosità e unicità dell’opera, nel linguaggio viene attuata una totale decostruzione della scrittura che orienta le parole al non-senso, crea neologismi, propone nuovi significati dei termini e inventa una grammatica slegata sintatticamente. Una crisi profonda che rimette in gioco ogni forma di comunicazione e ogni relazione, che pone in discussione l’essere e la sua rappresentazione del mondo, una crisi che sorge dal passato, ma coltiva tracce futuribili nell’orizzonte filosofico aperto da Jacques Derrida e dalla sua “differance” (termine da lui coniato che fa riferimento al “differire”), ricerca della verità dell’essere nel non-detto del linguaggio: La grammatica del testo scritto è il luogo dove si aliena l’essere [..] la verità- l’essere non è nel testo scritto, ma è tra le righe, nell’interlinea del testo scritto, nel non detto del testo scritto di cui il testo è la traccia.” (J. Derrida, L’écriture et la différence, 1967)

Dada è un concetto universale, vive nell’oggi, ma era ben presente anche nel passato, molto prima della sua informale consacrazione. Fuori da ogni categoria spazio-temporale, dada vive nella durata e nell’azione performativa libera e senza vincoli. Così scriveva, già nei primi anni del Novecento, il filosofo Henri Bergson in difesa della creatività contro ogni tentativo riduzionistico di stampo positivistico: “La vita è ‘evoluzione creativa’ creazione libera e imprevedibile, è slancio vitale, il quale, non ha che da distendersi per estendersi.” (H. Bergson, L’evoluzione creatrice, 1907) In ciascun essere umano alberga dada, quello spirito dionisiaco esaltato da Nietzsche (il filosofo che divenne icona e riferimento per moltissimi artisti dada) che incarna forza e passione: un recondito e istintivo sogno di libertà, un irrefrenabile impulso, un incontenibile slancio creativo, un soffio vitale che allorché represso genera frustrazione, mortificazione e avvilimento: “Il fascino dionisiaco non ripristina solamente i vincoli tra uomo e uomo: anche la natura, straniata, ostica o soggiogata, celebra la festa di riconciliazione col suo figliol prodigo, l’uomo. La terra getta di buon grado i suoi doni, e le belve si avvicinano in pace. Il carro di Dioniso è coperto di fiori e ghirlande, la pantera e la tigre avanzano sotto il suo giogo [..] non si ponga freno alla propria immaginazione: solo così possiamo approssimarci a ciò che è la fascinazione dionisiaca.” (F. Nietzsche, La nascita della tragedia, 1872)

Cosa resta di dada? Forse, la consapevolezza della fecondità speculativa del paradosso, del non-senso, della contaminazione e della sperimentazione culturale, la forza della messa in discussione e della contraddizione, la potenza dialettica del pensiero, perché, se da un lato dada è stato un movimento che ha rivoluzionato il mondo (come si è affermato da più parti), è vero anche che tale rivoluzione è scaturita da un condizionamento di quel mondo in cui i protagonisti vivevano. Pur rigettando la storia e segnando un punto di non ritorno, si intraprese la via del nietzschiano “eterno ritorno”.

Monica Daccò – Carlo Vighi

Bibliografia:

  1. Bergson, L’evoluzione creatrice, Ed. BUR, 2012.
  2. Derrida, La scrittura e la differenza, Ed. Einaudi, 2002.
  3. Giuggioli, Il Dada(ismo). Ovvero dada non significa nulla, Ed. GoWare, 2018 [L’articolo nasce da un’idea di approfondimento degli autori, in seguito alla partecipazione alla presentazione del testo di Mirella Giuggioli].
  4. Nietzsche, La nascita della tragedia, Ed. Adelphi, 1977. Umano, troppo umano, (vol. I-2) Ed. Adelphi, 1979, 1981.

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