Linguaggio e differenza

di Monica Daccò              

L’essere che può venir compreso è il linguaggio. L’intesa tra gli uomini avviene sulla base di un orizzonte comune che vive nella lingua che parliamo [..]. L’esperienza di verità si dà solo nel dialogo, in quella dialettica di domanda e risposta che alimenta il movimento circolare della comprensione.” (H. G. Gadamer, Verità e metodo)

Il linguaggio è l’orizzonte dell’essere, è il nostro agire comune e comunicativo. Parole, gesti e immagini raccontano la nostra esperienza: siamo esseri relazionali e narriamo la nostra storia attraverso i segni e il linguaggio. L’espressione linguistica così come quella artistica, sono atti di un gioco in cui l’essere è giocato e noi stiamo al gioco, partecipiamo a quel movimento ermeneutico di comprensione che ci coinvolge e ci mette, appunto, in gioco, ci rivela e manifesta il mondo. Non vi è parola senza un soggetto che la pronunci, non vive nessuna immagine che non sia rappresentata: la relazione si realizza nel linguaggio, in ogni forma comunicativa dove si alimenta il dialogo, dove il movimento dialettico tra detto e non detto non è interruzione, ma sospensione, gioco giocato dell’essere che sposta il limite davanti al confine dell’altro. Nell’incontro si arricchisce la nostra esperienza perché la lettura del mondo condivisa è apertura a nuove prospettive: chi sono io? Chi sei tu? L’io e il tu abitano il mondo in un orizzonte relazionale che coinvolge ogni esperienza di vita, un orizzonte carico di bisogni e desideri da realizzare:

“Che cosa cercano gli uomini nelle donne?

I lineamenti del desiderio appagato.

Che cosa cercano le donne negli uomini?

I lineamenti del desiderio appagato.” (W. Blake, La questione risolta)

La questione è davvero risolta? Un uomo e una donna non generano il linguaggio e non strutturano i discorsi allo stesso modo: non possono capirsi né ascoltarsi senza prima diventare consapevoli di questa differenza, senza prima comprendere che ogni rappresentazione di quei desideri ha aspettative e significati differenti nel pensiero maschile e femminile. Nel linguaggio, attraverso la categoria del genere, si crea il simbolismo della differenza sessuale: il genere non è solo un elemento grammaticale usato per regolare i meccanismi di concordanza, è una categoria semantica che manifesta dentro la lingua un profondo simbolismo legato al corpo che sottende, appunto, la rappresentazione della differenza sessuale. Parlare non è mai espressione neutra, tanto che l’organizzazione dei generi maschile/femminile nella lingua condiziona la nostra percezione e categorizzazione della realtà, influendo sulla nostra visione del mondo. Il linguaggio dell’uomo e della donna ha schemi comunicativi e orientamento differenti: il primo centrato sull’oggetto e sul razionale scambio di informazioni, il secondo più con-centrato sul rapporto con l’altro. Parlare di bisogni e desideri, parlare del “noi” nella relazione significa mantenere una irriducibile differenza tra l’io e il tu, tra l’uomo e la donna, esempi essenziali dell’alterità.

“L’altro ci commuove in tal modo nei primi momenti di un incontro in maniera globale, non conoscibile, non padroneggiabile. L’altro deve rimanere altro, deve provocarci con la sua alterità e il suo mistero, perché tutto quello che abbiamo visto e preso, lo abbiamo perduto; tutto quello che né abbiamo visto, né preso, lo portiamo con noi.” (L. Irigaray, Tra Oriente e Occidente)

In un dialogo fecondo e positivo uomini e donne incontrano l’altro nella prossimità rispettosa e non omologante, nella distanza che permette di coltivare il desiderio come aspirazione di arricchimento, di pienezza. La relazione è parola, gestualità, sensibilità al contesto, pensiero che lavora con sentimento. Il noi traduce e con-duce la differenza nel dialogo, apre alla ricerca di nuovi linguaggi che possano essere ponti di comunicazione e di comprensione.

Relazione è “Con”: un’esplorazione del mondo insieme all’altro, l’accoglienza e l’ascolto di una nuova prospettiva, presenza che non impone e che non possiede. Esserci con amore, testimoniare in due e nella comunità umana, per costruire ponti di relazioni, per condividere progetti, per appartenere all’essere e non all’avere.

La creatività esperita nel dialogo che non solo istituiamo, ma che noi siamo, proietta la parola e l’immagine in un testo condiviso, parole e segni diventano atti performativi che ci spostano verso l’altro allontanando l’ego dal suo centrismo, nell’urto dialettico con l’alterità emerge il significato positivo del limite: il riconoscimento che, come scrisse Gadamer, è evento di amicizia e di cura perché nella philia si riconoscono i propri limiti e si riconosce nell’altro “un incremento di essere, di sentimento di sé e di ricchezza di vita”. Il gioco del linguaggio, giocato nelle sue molteplici espressioni, ci muove al raggiungimento dell’altro e all’ascolto reciproco, l’essere ci invita nella sua dimora.

Monica Daccò

Bibliografia

G. Attili, L. Benigni, Retorica naturale e linguaggio femminile: alcune ipotesi sulla relazione tra ruolo sessuale e comportamento verbale nell’interazione faccia a faccia.

M. Daccò, Luce Irigaray. Pensare e abitare la differenza.

H.G. Gadamer, Verità e Metodo.

L. Irigaray, Essere due. / Io, tu, noi. Per una cultura della differenza.

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